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Maglie da calcio più curiose viste in 88 anni di Mondiali

Le maglie ai mondiali di calcio sono al centro della scena con curiosità, aneddoti e leggende fin dalla prima edizione del 1930. Ecco le 15 storie più interessanti.

Storie e curiosità maglie calcio Mondiali

Le maglie dei mondiali di calcio sono le protagoniste del torneo organizzato dalla Fifa fin dal 1930 con la prima edizione in Uruguay. 88 anni di storie, leggende, superstizioni e anche informazioni sempre avvolte in un alone di mistero perché è davvero difficile verificare i fatti, soprattutto per le divise usate nelle edizioni precedenti quella del 1970. Dopo aver passato in rassegna quelle di Russia 2018 è tempo di cercare negli annali e negli archivi per trovare storie nuove. Ecco 15 maglie che hanno segnato la storia dei Mondiali di calcio.

Storie e leggende delle maglie ai Mondiali

Bolivia – 1930

Presentarsi al primo mondiale della storia in Uruguay con 11 giocatori in campo per formare la scritta “Viva Uruguay”: la Bolivia lo ha fatto ed è tutto quello che ricordiamo della sua partecipazione finita dopo 2 partite, 8 gol incassati e 0 segnati. L’idea di omaggiare il paese ospitante in modo così vistoso non è una tradizione proseguita negli anni seguenti anche se la Germania, nel 2014 in Brasile, ha reso omaggio (volontario o involontario?) ai colori e la maglia del Flamengo realizzando la divisa alternativa a fasce rosse e nere: quella usata nella trionfale semifinale vinta 7-1 contro il Brasile. In quel caso i tedeschi non si sono scansati come fecero i calciatori boliviani nel 1930.

Italia – 1950

Due titoli mondiali consecutivi vinti dalla Nazionale prima dello stop per la Seconda guerra mondiale. Nel 1950 gli Azzurri sono i detentori della Coppa Rimet che riparte dal Brasile. Ma ha senso parlare ancora di quel colore legato alla famiglia reale dei Savoia mandata in esilio per lasciare spazio alla neonata Repubblica italiana? L’azzurro è indossato dal 1911, negli anni è diventato il colore di rappresentanza dello sport italiano anche alle Olimpiadi. La decisione presa ai tempi è storica: mantenere “l’azzurro savoia” e attualizzarlo con lo scudetto tricolore cucito sul cuore. Curiosità: la maglia della nazionale italiana è l’ultima a essere griffata dallo sponsor tecnico, perché fino al 2002 con Kappa nessun marchio commerciale è mai apparso sulla divisa azzurra.

https://youtu.be/09cr1U6YHi4

Brasile – 1954

Perdere il mondiale organizzato in casa: il Brasile ci era già riuscito nel 1950, 64 anni prima di concedere il bis nel 2014. Ai tempi però la Seleçao gioca con le maglie bianche e colletto blu. La sconfitta contro l’Uruguay al Maracanà costa il titolo ai brasiliani e questo scatena scene da apocalisse per tutta la città e la nazione. Una vergogna che deve trovare un capro espiatorio: la maglia. “Bianca, insignificante e anonima, non trasmette emozioni e la tradizione della nostra bandiera che è variopinta”, scrive il giornale Correio da Manha lanciando nel 1953 un concorso per disegnare la nuova divisa della nazionale. 300 bozzetti e un vincitore: Aldyr Garcia Schlee, giovane illustratore di un giornale locale. La canarinha è subito amata dai tifosi e dai giocatori.

Inghilterra – 1970

Gli inglesi campioni del mondo in Messico per difendere il titolo. Lo sponsor tecnico Umbro è all’avanguardia nella lavorazione dei tessuti e la maglia degli inglesi è un leggero cotone traforato per dare maggiore freschezza ai giocatori in campo sotto il sole caldo messicano. E il ct, Sir Alf Ramsey, adotta una strategia ancora migliore chiedendo allo sponsor due colori chiari e quindi capaci di riflettere i raggi solari: prima maglia bianca, come da tradizione, seconda maglia celeste e terza maglia rossa. Contro la Cecoslovacchia l’Inghilterra gioca con il nuovo colore, ma sia il ct che gli spettatori da casa (con le tv in bianco e nero) non riuscono a distinguere i giocatori in campo. Contro la Germania Ovest ai quarti torna il rosso e il ko ai tempi supplementari. Ma quel kit celeste è rimasto nella storia dei mondiali per il suo essere innovativo.

Zaire – 1974

La prima squadra dell’Africa subsahariana a qualificarsi a una fase finale dei mondiali. Lo Zaire, attutale Repubblica Democratica del Congo, nel 1974 vive il suo anno clou nello sport: l’incontro di boxe Rumble in The Jungle (George Foreman vs Muhammad Ali) e la Coppa del Mondo di calcio in Germania. Esperienza pessima: 3 ko nella prima fase con 14 gol incassati e nessuno segnato. Ma la nazionale viene ricordata per la maglia con la testa di leopardo in un tondo. Perché quello stemma così vistoso? Andiamo indietro al 1966: i Leoni dello Zaire perdono contro le Black Star del Ghana e il dittatore Mobutu Sese Seko decide di investire nel calcio e lo fa a modo suo. Via il leone e dentro il leopardo, suo animale portafortuna: Mobutu porta sempre un berretto fatto con la pelle del felino. E dunque avanti con il delirio di onnipotenza e la scritta Leopards e Zaire sulle divise gialle (prima maglia) e verdi (seconda maglia) viste al mondiale tedesco e prodotte da adidas.

Messico – 1978

Qui siamo davanti a una delle maglie più amate dai tifosi del calcio internazionale per via della combo hipster Messico-Levi’s. C’è un retroscena che cambia tutto: le divise marchiate dal brand statunitense di abbigliamento in denim sono in realtà prodotte da adidas. Il dietro alle quinte è spiegato nel libro di John Devlin dal titolo “International Football Kits (True Colours): The Illustrated Guide”. Il dettaglio da guardare sono le tre strisce sulle maniche, pantaloncini e calzettoni proposte per la prima volta in versione colorata come la bandiera nazionale. Com’è possibile? Molto probabilmente, ma non abbiamo ancora fonti per la conferma, il marchio Levi’s decide di far produrre a un’azienda messicana le divise e la ditta in questione è anche un fornitore di adidas. E il brand sportivo dà l’ok per l’utilizzo e il co-branding.

Inghilterra – 1982

Il pasticcio inglese al mondiale in Spagna del 1982. Lo sponsor tecnico Admiral dal 1974 ha preso il posto di Umbro e avviato la rivoluzione del merchandising legato alle maglie di club e della nazionale. Tutto bene? No, perché in Spagna la nazionale inglese arriva vestita da un marchio sull’orlo della bancarotta e con evidenti problemi di fornitura per quanto riguarda le maglie. Una diversa dall’altra, delle mute senza logo e altre con due tipi di loghi diversi tra maglia e pantaloncino. La prima partita contro la Francia con la maglia rossa in tessuto sintetico: Paul Mariner suda troppo e perde quasi 5 chili sotto il sole cocente di Toledo. Seconda partita con una nuova muta di maglie bianche in cotone traforato, ma con marchi e stemma FA da scucire e ricucire con il risultato che in alcuni casi si staccano a gara in corso. Ma nonostante tutto questo design di Admiral è ancora uno dei più amati e innovativi come dimostra il video di Classic Football Shirt.

Danimarca – 1986

Un costume di carnevale che ha cambiato le regole del calcio e aperto ufficialmente l’era delle sperimentazioni con colori e design innovativi. La maglia della Danimarca di hummel per il primo mondiale del 1986 in Messico è stata presentata a Copenaghen alla stampa nel febbraio dello stesso anno e definita “un costume da carnevale”: una maglia a quarti con alternanza di un pinstripe biancorosso con il rosso in tinta unita. Un modo giocoso, nuovo e molto fresco di elaborare i colori della bandiera danese nel tipico stile scandinavo e rilassato. Addirittura nella versione originale i pantaloncini erano inquartati con lo stesso effetto, ma la Fifa costrinse la federcalcio a usare quelli in tinta unita (bianchi o rossi) alle parte del mondiale. E che torneo per la piccola Danimarca: dopo una prima fase a girone esaltante il ko agli ottavi contro la Spagna. Ma i danesi nel 1992, con un kit che ancora era influenzato da echi di questo design, trionfano a sorpresa nell’Europeo in Svezia.

PS: Questa maglia della Danimarca è la mia preferita di sempre, di tutti i tempi. Nel 1986 davanti alla tv sono rimasto a bocca aperta davanti all’innovazione proposta da hummel e dal gioco dei danesi di Michael Laudrup.

Maglia strisce bianconere Costa Rica 1990

Costa Rica – 1990

La maglia a strisce bianconere dei costaricani contro il Brasile a Torino nel mondiale di Italia 90: perché? Se ne sono dette molte e tra le tante anche il riferimento alla prima squadra di calcio del paese che aveva quelle divise: Club Sport La Libertad fondato nel 1905. La verità dal ct Bora Milutinovic che allenava i Ticos alla loro prima partecipazione alla fase finale di un mondiale. “Allenavo il Costa Rica – racconta Bora Milutinovic alla Gazzetta dello Sport -. Io sono tifoso del Partizan di Belgrado e volevo giocare il mondiale con le maglie bianconere, ma non sapevo come fare. Così chiamai Montezemolo che mi diede il numero di Boniperti: lui mi fece arrivare 44 maglie. Quando entrammo in campo contro il Brasile tutto lo stadio era con noi. Prendemmo solo un gol e con la Svezia vincemmo”. Le radici costaricane non c’entrano con questa maglia che è al 50% jugoslava e al 50% juventina. Al 100% prodotta dall’italiana Lotto.

Germania Ovest – 1990

La maglia del terzo titolo mondiale per i tedeschi che viene riproposta in uno stile moderno da adidas per Russia 2018. La storia nasce però molto prima del 1990. La maglia è stata creata per gli Europei di Germania 1988. Lo racconta Ina Franzmann, che in adidas al tempo lavorava nel piccolo team dedicato al kit design: “Horst Dassler, ai tempi proprietario del marchio, aveva fatto pressioni in federcalcio per aggiungere del colore sulle maglie della Germania Ovest ed era riuscito ad avere l’ok. L’idea di avere i colori della bandiera tedesca così evidenti era visto ancora con sospetto per i ricordi del passato. L’ispirazione è arrivata dalle polo da tennis, così influenti nella moda del tempo. Così tra 40 bozzetti abbiamo scelto quello con la bandiera segmentata sul petto e le maniche”. Per il Mondiale 1990 doveva esserci un’altra versione, ma il ct Franz Beckenbauer non ne volle sapere: “È una bella maglia, ai tifosi della Germania piace e giocheremo in Italia con quella”. Fine della storia con la vittoria nella finale di Roma con un rigore di Andreas Brehme.

USA – 1994

La maglia da calcio effetto denim con le stelle bianche: bella o brutta? Sicuramente una delle icone dei mondiali di calcio. La storia è davvero curiosa. Drew Gardner, il product manager di adidas negli Usa nel 1991, racconta il processo che porta alla nascita del kit. A Londra, negli uffici del brand, si studiano le parole chiave per trasportare sulla maglia l’essenza della cultura americana in vista del primo mondiale negli Usa. Tra le parole chiave c’è denim. Perciò il prodotto finale è una maglia in poliestere con una stampa di colore indaco con l’effetto del trattamento “stone washed” tipico dei capi in denim. Per le stelle l’effetto è creato strisciando delle forme regolari su una fotocopiatrice. I giocatori americani non sono contenti di usare quella maglia, Alexi Lalas la detesta. Poteva andare peggio? A un certo punto l’opzione sul tavolo è quella del tie-dye, cioè la colorazione psichedelica vista nel 1992 alle Olimpiadi di Barcellona con la squadra di basket della Lituania!

Croazia – 1998

Debuttare al mondiale di calcio e finirlo al terzo posto: questa l’impresa della Croazia nel 1998 in Francia. Prima volta per una maglia a scacchi, un design unico e inconfondibile che è ormai sinonimo di sport croato. Una delle prime rappresentative croate nel 1940 gioca con una divisa rossa, pantaloncini bianchi e calzettoni blu. Sul petto uno scudetto con il motivo a scacchiera (in lingua croata Šahovnica) bianchi e rossi che rappresenta la Croazia dai tempi del regno (925-1868) e poi ripreso nelle altre forme fino alla versione attuale del 1991 realizzata dall’artista Miroslav Šutej che ha anche creato le nuove maglie della rinata nazionale di calcio con lo stesso motivo nel 1990. Lotto nel 1998 ha voluto rappresentarlo in una versione dinamica come una bandiera al vento.

Camerun – 2002

Iniziamo con il dire che questa non è una maglia, ma una canottiera. Così Puma veste i Leoni indomabili del Camerun per la Coppa d’Africa del 2001. La Fifa però estrae il cartellino rosso e sentenzia: così ai Mondiali 2002 in Corea-Giappone non si può giocare, perché servono le maniche per mettere le patch ufficiali dell’evento. Un po’ di braccio di ferro e poi la scelta di aggiungere della stoffa di colore nero, ma come base layer e non cucita all’orlo intorno alle ascelle. Risultato? Una maglia brutta da vedere, probabilmente scomoda da indossare e non fortunata. Africani a casa dopo la prima fase a gironi.

Spagna – 2010

Giocare una finale ai Mondiali, la prima della storia, con la maglia di riserva. È successo al Brasile nel 1958 con la mitica divisa blu del primo titolo vinto in Svezia. Ed è successo anche alla Spagna nel 2010 in Sudafrica: maglia blu scuro contro l’Olanda e prima Coppa del Mondo per la Roja. Il blu porta fortuna? Per gli spagnoli è quello usato anche nella finale dell’Europeo del 1964 vinto contro l’Urss: per 36 l’unico trofeo internazionale conquistato dalla nazionale maggiore. Perché il blu? È il colore della famiglia reale spagnola. A differenza del Brasile nel 1958 e della stessa Spagna nel 1964 i campioni del mondo 2010 sono andati a ritirare medaglie e Coppa del Mondo indossando la prima maglia rossa.

Germania – 2014

Una maglia usata in una sola partita dei Mondiali, ma che partita: la semifinale Brasile-Germania del 2014. Risultato finale 7-1 per i tedeschi poi campioni del mondo. Per la Seleçao la seconda batosta in una Coppa del Mondo organizzata a casa propria. La Germania in campo con una maglia a fasce rosse e nere e numeri argentati. Più che una maglia da calcio sembra una da rugby. Una soluzione mai vista prima per una nazionale di calcio. I colori sono il rosso e il nero. Forse un omaggio dello sponsor tecnico al Flamengo, squadra brasiliana di club con una maglia simile. Forse, perché nessuno ha mai spiegato questo design!

Di Marco Scurati

Ho aperto il blog "Ama la Maglia" nel 2010. La maglia del cuore? Quella della Danimarca ai Mondiali di calcio 1986.

4 risposte su “Maglie da calcio più curiose viste in 88 anni di Mondiali”

Mi ero sempre chiesto da dove fosse saltato fuori a Mexico ’70 quel celeste per l’Inghilterra; del perché di quella, all’apparenza, bizzarra scelta… in effetti, visto il sole battente di Città del Messico, potevo facilmente fare due più due! 😀 Tra l’altro un colore che, pur saltuariamente, ritornerà per la third inglese fino ai primi anni Novanta, sempre per merito di Umbro. A far da contraltare, davvero da non credere la gestione della fornitura Admiral per Spagna ’82…

Per quanto riguarda la Danimarca, indubbiamente la “pazza” divisa approntata da Hummel per la Danish Dynamite a Mexico ’86 è rimasta nella storia… non so se nel bene o nel male! Personalmente non l’ho mai apprezzata troppo; anzi, paradossalmente preferisco quel bizzarro template nelle sue successive varianti nostrane ammirate con il Verona ’87-88 e con il Pisa ’89-90. Non chiedermi perché, non lo so neanche io 🙂

Sulla Costa Rica in bianconero a Italia ’90, in questi anni ne ho lette parecchie, ma l’unico punto fermo in tutte le versioni, pare l’intervento di Boniperti nel reperire le famigerate casacche. Circa la genesi del bianconero, oltre all’omaggio “casalingo” al La Libertad, più antico club costaricano, o alla tesi “jugoslava” di Milutinovic volta a omaggiare il Partizan, rimane sempre in piedi la tesi “juventina” (sposata anche dal Museo FIFA: http://www.fifamuseum.com/stories/blog/when-les-bleus-went-green-and-white-2609859/ ) volta ad arruffianarsi il pubblico locale, dato che la nazionale centramericana giocò la fase a gironi facendo base a Torino. Chissà…

I kit vestiti dagli Stati Uniti a USA ’94 andrebbero forse premiati per l’idea di base, volta a “sdoppiare” la bandiera sulle due divise – le stripes sulla home, e le stars sulla away. Tuttavia l’esito finale, almeno per la maglia casalinga, lo trovai decisamente insufficiente; ammetto invece che apprezzo tuttora la seconda muta denim-style, che seppur fuori dai canoni classici della moda calcistica, alla fine ben rappresentò l’essenza dell’allora imberbe soccer d’oltreoceano. E poi quello stesso template, virato in bianconero, me lo ricordo l’anno dopo a Cesena addosso al “Bisonte” Hubner 😀

La maglia approntata da Lotto per la Croazia rivelazione di France ’98, infine, per me rimane semplicemente l’ultimo, grande e ineguagliato classico dei mondiali. Una divisa che, come per i succitati Stati Uniti, anche in questo caso ben rappresentò, grazie al suo stile moderno e dinamico – quella scaccatura che garrisce al vento come una bandiera, per una vera “maglia bandiera” -, tutta la freschezza di una nazionale, anzi una nazione, giovane e ribelle com’era quella Croazia.

Infine, forse questo articolo meriterebbe un’appendice per una maglia “fantasma” ai mondiali, ma che pare rischiammo seriamente di vedere nel 2006: la home rossa della Germania di Klinsmann. Un colore scelto dalla “Pantegana” per ragioni puramente psicologiche, e promosso a colore casalingo in occasione della Confederations Cup 2005; una scelta che Klinsmann, pare, premette fino all’ultimo per reiterare anche ai successivi mondiali, ma (fortunatamente) stoppato da qualcuno più avveduto…

Mitico Klinsmann, se vogliamo possiamo accostarlo a Sir Alf Ramsey visto che anche lui aveva studiato i colori decidendo che il rosso era quello giusto per vincere (ricordo un’amichevole credo a Firenze con la Germania in rosso e l’Italia che debuttava con la Puma bianca 2006 vinta con il pallottoliere per gli Azzurri). Comunque bisogna ammettere che la Confederations Cup, evento inutile a tutti i livelli, negli anni ci ha regalato delle gustose proposte in tema di maglie: Italia nel 2009, Spagna nel 2003, Germania, ecc

VIsta la faccia del mitico Lalas, il calcio statunitense di quegli anni puo’ essere definito in molti modi, ma sicuramente non imberbe!

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